Israele si sta affermando come nuova frontiera della fiction. Prisoners of War, BeTipul, Fauda sono solo alcuni dei titoli che sono stati commercializzati con grande successo in tutto il mondo.

“Piccola nazione, grandi sogni”. Fu questo il commento a caldo del regista Nadav Lapid subito dopo aver ricevuto l’Orso d’oro al Festival di Berlino 2019 per il suo Synonymes, prima volta per un israeliano. Un successo riconducibile al periodo di intenso fermento culturale che sta attraverso questo piccolo Paese incastonato tra Mar Mediterraneo e Medio Oriente, un Paese che fin dalla sua costituzione (avvenuta esattamente 70 anni fa) ha puntato tutto sulla corsa verso il futuro, in qualsiasi ambito, incluso quello dell’industria audiovisiva.

Tra i settori più effervescenti c’è sicuramente quello delle serie tv, sempre contraddistinte dall’alta qualità delle riprese e della produzione. Molte di esse, dopo l’ottimo esordio in casa, vengono trasmesse anche in altri Paesi o utilizzate per realizzarne dei remake. Molti di voi, ad esempio, ricorderanno l’americana Homeland – Caccia alla spia, dramma di spionaggio arrivato nel 2018 alla settima stagione. Ebbene, non tutti sanno che questa fiction altro non è la versione a stelle e strisce di Prisoners of War – Hatufim, serie concepita proprio in Israele.

Altra produzione di rilievo è stata BeTipul, la cui prima stagione, dopo aver vinto tutti gli Israeli Academy Award per una serie drammatica, si è poi rivelata un successo internazionale. Sono stati, infatti, molteplici gli adattamenti tra America e Europa, tra cui quello italiano, con protagonista Sergio Castellitto, andata in onda su Sky Cinema con il titolo di In Treatment. In patria la serie era stata commissionata da Alon Shtruzman, guru del dell’audiovisivo israeliano e ospite nel 2018 della quarta edizione del MIA Market, che aveva intuito come la storia di uno psichiatra che decide di psicanalizzarsi avrebbe potuto suscitare l’interesse di molti produttori anche oltreconfine.

Grande consenso di pubblico nel mondo anche per Fauda, disponibile in Italia su Netflix. In scena in questa serie c’è il sangue del conflitto arabo-israeliano, il cui racconto è basato in parte sull’esperienza nell’esercito dell’ideatore dello show nonché attore protagonista Lior Raz. Nonostante le inevitabili polemiche sorte per l’argomento affrontato, la serie ha incollato agli schermi televisivi un intero Paese per poi essere esportata in numerosi marcati all’estero. Per Fauda (che in arabo vuol dire “caos”) la consacrazione è arrivata due anni fa quando il New York Times l’ha premiata come “Best International Show” del 2017.

Finora, dunque, la rappresentazione di Israele come teatro di guerra o di operazioni di intelligence è quella che sembra riscuotere maggiore popolarità fuori dai confini nazionali. La sfida per il futuro per produttori e distributori è quella di proiettare all’estero un’immagine di un Paese dove c’è spazio anche per storie “normali”, che vanno oltre la situazione di continua allerta militare e la minaccia di possibili scontri.