FOCUS DIVERSITY omosessualità

Focus Diversity: l’omosessualità in cinema e tv

Un mondo arcobaleno sia al cinema che in tv. Il tema LGBT si è avvicinato al piccolo e al grande schermo molto prima di quanto si pensi. Uno sviluppo lento ma costante che ha portato a dare sempre maggiore spazio alle diversità sessuali in tutte le loro molteplici sfaccettature. Tutto ha avuto inizio con il cinema poco dopo l’esordio dei fratelli Lumière, infatti è proprio nello stesso anno, il 1895, che compare la prima traccia di omosessualità sul grande schermo. Si tratta di Dickson Experimental Sound Film,in cui si vedono due uomini che ballano insieme un valzer. Nei primi decenni della storia della Settima arte, ripercorrendo le varie pellicole del cinema muto, sono diverse le figure che potrebbero ricondursi alla rappresentazione di sessualità differenti, e tra i più celebri non si può non citare Charlot macchinista del 1916. Nel film lo stesso Charlie Chaplin si trova a baciare una donna vestita da uomo, poi, interrotto da un uomo un po’ effeminato, è costretto a levarlo di torno in malo modo.

Le testimonianze sulla diversità sessuale sono parecchie, dall’apparizione di figure che richiamano l’omosessualità sino ad arrivare al primo bar gay in Sangue ribelle del 1932. Le rappresentazioni e gli accenni alla sfera omosex iniziano però ad affievolirsi con l’avvento del Codice Hays (dal nome del politico statunitense che lo formulò), adottato nel 1930 dalla Motion Picture Producers and Distributors of America, che pose un freno all’industria cinematografica, stabilendo cosa fosse moralmente accettabile in un film. Tra le regole introdotte dal Codice, la principale riguardava il divieto assoluto di mostrare o alludere alle perversioni sessuali, e una di queste era l’omosessualità.

Così il cinema incontrò la censura. Vennero modificati dialoghi, scene, personaggi, persino le trame, tutto ciò che potesse essere considerato contrario ai dettami del Codice. Come è accadde per esempio in Odio implacabile del 1947, tratto da un romanzo incentrato sull’omicidio di omosessuali, che nella trasposizione cinematografica furono “convertiti”in ebrei. Delle vere e proprie manipolazioni che costrinsero la Settima arte a sottostare a delle limitazioni a livello narrativo, contenutistico ed espressivo.

Nonostante il Codice Hays, la diversità sessuale però non scomparve totalmente dal cinema. Così,quello che era un limite a tutti gli effetti, si trasformò in un’occasione. I registi fecero un maggiore sforzo creativo per inserire ugualmente determinati aspetti e riferimenti cosiddetti trasgressivi, a volte ricorrendo ad esasperazioni o forzature dei caratteri. È questo il caso di Rebecca, la prima moglie di Alfred Hitchcock del 1940, dove la signora Danvers – interpretata da Judith Anderson – aveva un attaccamento morboso nei confronti della sua defunta padrona Rebecca, sublimando così una possibile passione omosessuale.

Rebecca, la prima moglie

Nel frattempo è arrivata la televisione, ma anche sul piccolo schermo la presenza del tema della diversità sessuale è stata molto graduale. La prima apparizione potrebbe essere considerata quella di Russell Paxton, il languido fotografo di moda interpretato da Carleton Carpenter in Max Liebman Presents “Lady in the Dark”del 1954, adattamento tv dell’omonimo musical. Interessante anche il primo documentario televisivo dedicato all’omosessualità, dal titoloThe Rejected, andato in onda nel 1961, dove il dottor Karl Bowman spiegava al pubblico la scala Kinsey, il sistema di classificazione degli orientamenti sessuali ideato alcuni anni prima dal celebre biologo e sessuologo statunitense. Nel frattempo al cinema le apparizioni di situazioni legate a personaggi con orientamenti sessuali differenti erano ancora limitate ad accenni e “strizzatine d’occhio” allo spettatore.

Un momento di rottura decisivo giunse alla fine degli anni ’50 con La gatta sul tetto che scotta, il film di Richard Brooks, in cui si faceva accenno all’attrazione tra il protagonista e l’amico. L’anno seguente, nel 1959, in Improvvisamente l’estate scorsa, lo sceneggiatore Gore Vidal fu costretto a eliminare ogni traccia di uno dei protagonisti, poiché omosessuale, dovendo rispettare i dettami del Codice Hays. Nonostante ciò il personaggio non venne completamente eliminato dalla trama, e seppur non mostrato in volto, il suo ruolo fu mantenuto. In questi anni il moralismo iniziò lentamente ad attenuarsi, come testimoniato anche dal film Sapore di miele di Tony Richardson (1962), dove compare a differenza dei film precedenti un personaggio dichiaratamente omosessuale che interagisce molto nella storia.

Piano piano la difusione di queste tematiche va di pari passo con l’aparizione del movimento LGBT negli anni ’70. Questa nuova fase è inaugurata anche grazie alla fine del Codice Hays, accantonato definitivamente dall’industria cinematografica nel 1967. In quel periodo sul grande schermo approda Festa per il compleanno del caro amico Harold (1970), in cui tutti i protagonisti sono omosessuali. Se fino ad allora il tema era stato affrontato spesso senza esplicitarlo chiaramente, con Cabaret, del 1972, assistiamo ad un ulteriore passo in avanti, cioè il coming out del protagonista sulla propria omosessualità. Al passo coi tempi è anche la tv. Nel 1971 infatti la serie Arcibaldo mostra il primo episodio in cui si parla apertamente di omosessualità. Un anno dopo ne Il virginiano compare addirittura il primo personaggio regular gay di una serie tv.

Nonostante queste eccezioni, nella maggior parte dei film sul grande schermo degli anni 70 la figura dell’omosessuale viene legata a uno stereotipo negativo, come per esempio in Una strana coppia di sbirri, dove al gay è assegnata la parte del cattivo. Un cliché messo in discussione soltanto nel 1980, all’uscita di Cruising, il film con Al Pacino che racconta gli eccessi della vita notturna di certi locali gay a New York. All’uscita del film le comunità gay iniziarono un’aspra contestazione con l’obiettivo di boicottarne la distribuzione perché ritenuto omofobo. Anche la critica seguì l’ondata di commenti negativi, sottolineando come lo stesso personaggio di Al Pacino, una volta scoperta la propria indole sessuale, fosse diventato psicotico e omicida. La produzione inserì anche un’avvertenza a inizio proiezione nella quale si diceva che l’opera non voleva in alcun modo porsi come una rappresentazione reale dello stile di vita della comunità gay.

Dopo questo gran baccano le produzioni fecero qualche passo in più verso l’abbandono di questa immagine negativa riferita agli omosessuali, sino al 1982 con Due donne in gara, film in cui si racconta la relazione tra due donne. Gli anni Ottanta diventano così un momento di svolta, in cui la diversità sessuale si amplia dando anche maggior spazio all’amore lesbico. Esemplare in questo senso è certamente Silkwood, in cui il personaggio interpretato da Cher vive la propria sessualità apertamente e senza timore del giudizio altrui. Insomma, si tratta di uno sviluppo non solo in termini di qualità, poiché non si è più dinnanzi a stereotipi negativi, ma anche di contenuto, in quanto si mostra l’omosessualità tra donne che nel corso dei decenni precedenti non aveva trovato ampio spazio.

La rappresentazione della diversità sia al cinema che in tv cambia in modo radicale dagli anni ’90 in poi, periodo in cui i personaggi presenti nei film e nelle serie aumentano sempre di più di numero abbandonando al contempo lo status di macchietta che in precedenza gli era spesso assegnato, fino a rivestire il ruolo di protagonisti e di modelli di glamour e tolleranza. In tv un caso eclatante è la sit-com Will & Grace, che racconta la vita di una curiosa coppia di coinquilini di Manhattan formata da un avvocato gay e un’arredatrice etero, con le loro frequentazioni e i loro mondi di riferimento in una divertente e armoniosa coabitazione . Will & Grace saranno gli apripista in tv di un universo arcobaleno rappresentativo dell’intera comunità LGBT.

To be continued…