Secondo un articolo de Il Sole 24 Ore firmato da Andrea Biondi, l’industria audiovisiva italiana, pur continuando a rappresentare un settore di grande rilievo per l’economia e la cultura del Paese, sta attraversando una fase di rallentamento che rischia di compromettere i risultati raggiunti negli ultimi anni.

Come sottolinea Chiara Sbarigia, presidente dell’APA (Associazione dei Produttori Audiovisivi), il comparto si trova in una situazione di sostanziale stallo, caratterizzata da una perdita di slancio che incide sulla capacità di investire, innovare e sviluppare nuovi progetti.

Nel corso di un’intervista al quotidiano, Sbarigia richiama alcuni studi di settore, tra cui una ricerca in collaborazione con eMedia — che sarà presentata al MIA — secondo cui il valore dell’audiovisivo italiano nel 2025 si collocherebbe attorno ai 17 miliardi di euro. Si tratta di dati ancora provvisori, ma che indicano una crescita minima rispetto ai 16,3 miliardi del 2024.

Nonostante ciò, il peso economico del comparto resta rilevante: uno studio di OpenEconomics per APA stima un impatto complessivo sull’economia italiana pari a 23,5 miliardi di euro. Rilevante anche il ritorno sociale, con un Social Return on Investment che indica 4,6 euro di beneficio per la collettività per ogni euro investito.

Il settore si conferma inoltre una delle principali colonne dell’industria culturale italiana, rappresentando quasi il 50% del valore complessivo del comparto.

Permangono tuttavia criticità legate alle incertezze regolatorie, in particolare su tax credit e riduzione delle aliquote, che stanno incidendo sui rapporti con le committenze e sulla redditività delle imprese.

Questo contesto si riflette direttamente sulla capacità di investimento del settore, con una progressiva riduzione delle risorse destinate a nuovi progetti, alla proprietà intellettuale e alla sperimentazione creativa, con possibili effetti sull’intera filiera produttiva.

Il nodo delle risorse resta infatti centrale: sul tax credit audiovisivo mancherebbero circa 50 milioni di euro e l’eventuale esaurimento dei fondi potrebbe tradursi in un blocco delle produzioni nella seconda parte dell’anno.

In questo scenario, aumenta anche il rischio che un maggiore ricorso a contenuti acquistati all’estero non solo indebolisca il comparto sul piano economico, ma riduca la capacità del Paese di produrre contenuti originali e di preservare la propria identità culturale.