L’Association of Japanese Animations ha reso noti i dati globali del settore. La crescita rimane costante e avviene in gran parte attraverso i mercati internazionali.
Chi frequenta le fumetterie, le fiere come Lucca Comics & Games o le piattaforme di streaming se n’era già accorto: l’animazione giapponese non è più un fenomeno di nicchia. Ora ci sono anche i numeri a confermarlo, e sono imponenti.
Al TIFFCOM, il mercato dei contenuti collegato al Tokyo International Film Festival, l’Associazione delle Animazioni Giapponesi (AJA) ha rivelato che il valore globale dell’industria dell’anime nel 2026 si aggira intorno ai 28,2 miliardi di dollari o 4,45 trilioni di yen. Questo rappresenta un aumento del 15,8% rispetto al 2025, che a sua volta ha registrato un aumento del 15,7% rispetto al 2024.
La cifra è più ampia del semplice incasso dei prodotti audiovisivi. Infatti prende in considerazione la spesa dei clienti per i servizi di streaming, home video, sale cinematografiche e merchandising, insieme ai ricavi guadagnati dagli studi di animazione giapponesi. È quindi la somma totale dell’intero universo che ruota attorno agli anime.
Il dato strutturalmente più interessante è la ripartizione geografica. Secondo Hasegawa Masahiro (AJA), a partire dal 2023 il mercato estero ha raggiunto lo stesso livello di valore di quello nazionale e da allora lo ha progressivamente superato. Il Giappone è ovviamente il centro della creatività e della produzione di anime, ma il baricentro economico si è spostato oltre confine. Tuttavia, nel 2026 c’erano ancora dei segnali dello sviluppo del mercato nazionale.
Per l’AJA c’è ancora margine, soprattutto fuori dal Giappone. Le leve indicate sono tre:
- Merchandising e servizi legati ai marchi principali, replicando all’estero strategie già collaudate in patria.
- Localizzazione, cioè adattare i prodotti alle diverse culture, lingue e normative nazionali, per renderli più appetibili in ogni mercato.
- Lotta alla pirateria, con misure più stringenti.
In Italia l’esplosione risale alla fine degli anni Settanta con UFO Robot, che ha formato intere generazioni di spettatori. Oggi, accanto alle fiere di settore, ci sono canali dedicati sulle piattaforme di streaming e un servizio costruito apposta, Crunchyroll, nato sotto la guida di Sony. Investimenti di questo tipo non avrebbero senso senza un pubblico internazionale in costante espansione.
Produzioni occidentali come K-pop Demon Hunters di Sony Pictures Animation per Netflix o L’isola dei ricordi della DreamWorks Animation mostrano quanto l’estetica e il linguaggio narrativo dell’anime siano ormai entrati nell’immaginario globale.
Con due anni di crescita vicina al 16% e un pubblico internazionale che pesa più di quello domestico, l’industria dell’anime sembra destinata a restare tra i segmenti più dinamici dell’intrattenimento. Le prossime sfide riguarderanno la capacità di adattarsi ai singoli mercati e di proteggere i contenuti dalla pirateria. Intanto, anche il grande schermo si prepara a ospitare nuove uscite legate al mondo dell’animazione giapponese.
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