La Rai si prepara ad una eventuale rete unica che potrebbe nascere dall’unione fra FiberCop (Tim) e Open Fiber.

In seguito a svariati ritardi, un primo progetto è arrivato al dunque, conferma al Sole 24 Ore il Cto Rai, Stefano Ciccotti, dal fatto che «tra gennaio 2019 e gennaio 2021 il traffico riguardante i nostri video in streaming è raddoppiato. E tutto questo su reti che non sono nostre». Per ottimizzare il traffico, evitando i costanti buffering del servizio streaming, Rai si serve di Cdn: una rete di server per la quale al momento si affida a Tim e Fastweb.

Qui sta il punto di partenza di un progetto di ottimizzazione che prevede, come illustrato al Cda, tre possibili soluzioni. La prima: una “multiCdn”, affidandosi a un numero più elevato di fornitori in modo da spostare traffico a seconda delle esigenze.

La seconda e la terza soluzione sono invece quelle che più avvicinano al tema della “rete unica”. In alternativa alla multiCdn c’è una Cdn “privata” (con un unico fornitore a offrire un servizio esclusivo per il committente Rai) oppure – e qui sta la vera chiave per entrare, se ce ne sarà occasione, nella partita della rete unica – la Cdn “proprietaria”.

Si tratta di un’infrastruttura realizzata dalla Rai «e scalabile» sulla quale far passare i propri contenuti e quelli di altri qualora la si riconoscesse come “neutra host”: elemento in posizione mediana e neutrale fra l’infrastruttura di rete “unica” e i fornitori di contenuti che potrebbero utilizzare, pagando il servizio, la rete intelligente della stessa Rai. La quale è a sua volta fornitrice di contenuti e competitor di altre realtà, da Mediaset in giù. E evidente che il tema della neutralità sarà senz’altro da affrontare e approfondire.

L’investimento partirebbe dai 20 milioni euro. L’idea è che un domani i contenuti passeranno soprattutto per Ip (Internet protocol). Intraprendendo così  la strada dei colossi dello streaming come Netflix e facendo da concorrente con una sua piattaforma on demand inevitabilmente con canone.